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Plastica antireflusso per via laparoscopica

La malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) è un’affezione benigna che, nella grande maggioranza dei casi, viene trattata con terapia medica. 

 

L’indicazione all’intervento chirurgico è generalmente riservata ai pazienti nei quali:

  • la terapia medica è insufficiente a controllare i sintomi tipici della malattia (pirosi e dolore retrosternale), oppure i sintomi riprendono alla sospensione della terapia;
  • siano presenti sintomi di rigurgito, tosse notturna, inalazione non controllabili dalla terapia medica, dalla dieta e da norme igienico-comportamentali;
  • sia presente una voluminosa ernia jatale;
  • vi sia persistenza di lesioni mucose (esofagite erosiva), malgrado una adeguata terapia medica;
  •  vi sia la volontà (o la necessità) del paziente di non assumere farmaci inibitori della secrezione acida gastrica per periodi molto lunghi.


L’intervento si propone di ricostituire una barriera efficace tra stomaco ed esofago in grado di consentire un agevole passaggio dall’esofago allo stomaco impedendo il passaggio inverso da stomaco a esofago, impedendo quindi il contatto tra acidità gastrica ed esofago.  Questa barriera viene ottenuta avvolgendo parte dello stomaco attorno alla giunzione esofago-gastrica. L’intervento risulta efficace raggiungendo l’obiettivo in oltre il 90% dei casi. 

 

L’intervento viene effettuato generalmente mediante un approccio laparoscopico: vengono praticate 4 o 5 piccole incisioni sulla parete addominale e dopo aver disteso la cavità addominale con anidride carbonica in modo da creare uno spazio di lavoro, vengono introdotti nell’addome una telecamera ed alcuni strumenti chirurgici.  L’intervento consiste nell’isolamento dei pilastri diaframmatici, dell’esofago addominale e nella riduzione dell’eventuale ernia gastrica.   Il fondo gastrico viene quindi isolato dalla milza ed avvolto attorno alla parte terminale dell’esofago come una sciarpa. 

 

I due lembi dello stomaco vengono fissati con dei punti di sutura ed il passaggio jatale viene adeguatamente ristretto: questo intervento viene chiamato fundoplicatura secondo Nissen. In alcuni casi la fundoplicatura, anziché di 360° può essere solo parziale (posteriore o anteriore). 
Per 12 ore resterà digiuno e Le verranno somministrati liquidi e farmaci per via endovenosa. In genere il dolore postoperatorio non è eccessivo e viene agevolmente controllato con farmaci antidolorifici. Può comparire un dolore nella sede di alcune incisioni e talvolta un dolore alle spalle – generalmente legato alla insufflazione di anidride carbonica nel corso dell’intervento, e che regredisce spontaneamente nel giro di alcuni giorni. 

 

Nel caso vi siano difficoltà, può rendersi necessario passare ad un approccio chirurgico tradizionale: in questo caso viene fatta una incisione verticale nel mezzo dell’addome (laparotomia) di circa 15-20 cm.   Questo avviene, nella nostra esperienza in meno dell’1% dei casi. 

 

Come in tutti gli interventi chirurgici è possibile l’insorgenza di complicanze, generiche o specifiche. Tra le complicanze generiche va ricordata l’insorgenza di tromboflebiti profonde e la possibile conseguente embolia polmonare. 
Tra le possibili complicanze intraoperatorie va segnalata la perforazione dell’esofago nel corso dell’isolamento del viscere. Questa complicanza, la cui incidenza è inferiore allo 0,5%, se riconosciuta intraoperatoriamente viene riparata generalmente senza alcuna conseguenza. Qualora non venga riconosciuta durante l’intervento, la sua presenza nel corso del postoperatorio può determinare la necessità di un reintervento chirurgico e può risultare particolarmente grave in funzione del ritardo diagnostico.  
Una seconda complicanza intraoperatoria può essere rappresentata dalla comparsa di un pneumotorace, ossia nella apertura della pleura, la membrana che contiene il polmone. Tale apertura comporta di conseguenza l’entrata di aria nello spazio pleurico. Questa aria può necessitare di essere evacuata mediante l’introduzione di un drenaggio intercostale. 
Altre complicanze, seppure rarissime, sono rappresentate da una parte dalla possibile lesione accidentale della milza, che può comportare la necessità di asportare tale organo (splenectomia) e, dall’altra, dalla perforazione di un viscere. In caso di sanguinamento possono rendersi necessarie delle emotrasfusioni.